Diritto comunitario e internazionale

Entra in vigore il regolamento ue sul controllo degli investimenti esteri

E’ entrato in vigore, il 10 aprile 2019, il regolamento n. 2019/452 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 marzo 2019, che istituisce un quadro per il controllo degli investimenti esteri diretti nell’Unione.

L’obiettivo è la difesa degli interessi strategici dell’Unione europea attraverso un sistema di controllo sulle acquisizioni di attività strategiche europee da parte di società extra Ue, tenendo conto che l’Unione europea è la principale destinataria mondiale degli investimenti esteri diretti. Tra gli altri obblighi, gli Stati sono tenuti a notificare alla Commissione europea, entro il 10 maggio 2019,  i meccanismi nazionali di controllo già predisposti. Sono 14 i Paesi membri già dotati di meccanismi di questo genere, ma – osserva la Commissione – anche gli altri Stati stanno procedendo all’adozione di sistemi di controllo. Il regolamento sarà pienamente applicabile dall’11 ottobre 2020.

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Aprile 2019

Corte Suprema Usa: no all’immunità assoluta per le organizzazioni internazionali

La Corte suprema degli Stati Uniti, con la sentenza depositata il 27 febbraio nel caso Jam v. International Finance Corporation (n. 17-1011, Jam e altri), ha affrontato la questione dell’immunità dalla giurisdizione delle organizzazioni internazionali. Per la Corte, un’organizzazione può essere citata in giudizio dinanzi ai tribunali degli Stati Uniti se l’attività rientra tra quelle iure privatorum e non iure imperii, con una soluzione analoga a quella prevista per l’immunità degli Stati esteri.

La vicenda ha preso il via dal prestito concesso dall’International Finance Corporation (IFC) a una società indiana, per favorire la costruzione di una fabbrica di carbone a Gujarat, in India. Alcuni cittadini indiani, colpiti dall’inquinamento atmosferico, dell’acqua e del suolo avevano citato in giudizio negli Stati Uniti l’IFC. La Corte distrettuale aveva respinto l’azione affermando l’immunità assoluta dalla giurisdizione dell’organizzazione internazionale, con sede a Washington. Di diverso avviso la Corte suprema che ha annullato il verdetto della Corte distrettuale e rimesso il caso ai giudici di appello del distretto della Columbia.

E’ vero che quando fu adottato L’International Organizations Immunities Act, nel 1945, l’immunità concessa era di carattere assoluto in quanto era previsto che le organizzazioni internazionali godessero della stessa immunità degli Stati, ma nel 1976 il quadro, con l’adozione del Foreign Sovereign Immunities Act, è cambiato perché uno Stato estero può essere citato in giudizio per le attività commerciali.

La Corte non ha accolto la tesi dell’IFC circa la diversità tra immunità degli Stati e immunità delle organizzazioni internazionali, chiarendo che se un ente ha bisogno dell’immunità assoluta può prevederlo in un trattato                    per cui ha respinto la concessione dell’immunità per le attività commerciali.  

In effetti, la IFC è un’agenzia della Banca Internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo. Fondata nel 1956 essa ha per scopo di promuovere lo sviluppo dell’industria attraverso l’erogazione di appositi investimenti e la mediazione verso il mercato internazionale del credito.

Un’attività a volte svolta in collaborazione con gli altri organismi appartenenti al gruppo della “Banca Mondiale” operando però principalmente in maniera indipendente essendo un organismo sia legalmente che finanziariamente autonomo. Motivo per cui, correttamente, la Corte ha escluso che potesse avvalersi dell’immunità, trattandosi di un’attività commerciale.

Aprile 2019

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Nota a cura Avv. E. Oropallo

Parere dell’Agenzia Ue sui diritti fondamentali sulla situazione negli hotspots

Su richiesta del Parlamento europeo, l’Agenzia ha aggiornato il parere del 2016 riguardante la situazione in Grecia e in Italia, anche per verificare se i 21 punti indicati nel parere siano stati attuati. Questo per monitorare il funzionamento effettivo del sistema ed assicurare condizioni dignitose per chi arriva sul territorio europeo. 

In via generale, ha accertato l’Agenzia, entrambi i Paesi agiscono con ritardo a far fronte alle esigenze dei minori stranieri non accompagnati, per cui evidenzia l’importanza di rafforzare la protezione dei minori, troppo spesso tenuti in condizioni non appropriate. Non solo. I migranti non riescono ad ottenere tutte le informazioni necessarie, in particolare per accedere alla domanda di protezione internazionale.

Indispensabile anche l’applicazione di misure di salvaguardia per le procedure di allontanamento. In conclusione, con riferimento a 10 settori nei quali era richiesto un intervento effettivo, poco è stato fatto.

In realtà, è peggiorato il trattamento riservato ai migranti che sbarcano sulle nostre coste. Un disagio crescente anche alla luce delle nuove disposizioni emanate in Italia che hanno di fatto travolto ogni principio di legalità, pur di contenere il fenomeno migratorio, ricorrendo anche alla esternalizzazione delle frontiere mediante accordi con paesi del Nord Africa, in particolare con la Libia, paese che non riconosce i trattati internazionali per cui non consente neppure agli ispettori ONU di controllare le condizioni in cui sono tenuti gli immigrati in Libia. Oggi più che mai in pericolo di vita anche alla luce delle operazioni belliche in corso nel territorio libico.

Aprile 2019

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Nota a cura avv. E. Oropallo

L’attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea

In tema di relazione tra normativa europea e giurisdizione dei paesi membri, la prof. Castellaneta nel suo blog ricorda che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea ha molte potenzialità, ma gli Stati la utilizzano ancora troppo poco, malgrado sia in vigore da nove anni.

Anche i tribunali nazionali – scrive - troppo spesso, non fanno riferimento alla Carta dei diritti fondamentali e questo anche nei casi in cui debba essere applicato il diritto dell’Unione. Di qui la richiesta di maggiori attività formative per giudici e operatori del diritto al fine di rafforzarne l’utilizzo nei provvedimenti in cui il diritto dell’Unione sia applicabile. Tra i dati positivi, il crescente riferimento alla Carta nei rinvii pregiudiziali: tra il 2010 e il 2017 in 392 casi di rinvio pregiudiziale vi è stato il richiamo alla Carta.

La maggior parte dei rinvii pregiudiziali è arrivata dall’Italia, seguita dalla Germania, dal Belgio, dall’Austria, dalla Spagna e della Romania. Tuttavia, in percentuale rispetto al totale dei rinvii pregiudiziali per ogni Stato membro è la Slovacchia a detenere il primato”.

Ora, a parte il caso del rinvio pregiudiziale, ormai diventato pratica corrente anche nei Tribunali dei paesi europei, resta il dato, certamente grave, del ritardo nell’applicazione della Carta dei diritti fondamentali dell’UE. Forse anche perché spesso si considera la Carta come un’alternativa alla Carta EDU.

Ma si tratta di una opinione errata, dovuta in gran parte alla scarsa conoscenza - diffusa anche nel nostro settore professionale- della normativa UE che può essere applicata direttamente nel processo italiano a differenza del ricorso alla Corte EDU, ammissibile solo in caso di esaurimento di rimedi nella giurisdizione interna. Resta, dunque, la necessità, di diffondere la conoscenza del diritto dell’UE anche all’interno della nostra categoria. Tanto più quando si tratta di preparare una nuova generazione di giuristi in vista anche di una totale integrazione della giurisdizione interna con quella europea.

Febbraio 2019

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Nota a cura

Avv. E. Oropallo

Il caso Knox innanzi alla CEDU

La Corte EDU di Strasburgo con sentenza del 24 gennaio 2019

ha recentemente condannato lo Stato Italiano a risarcire Amanda Knox per aver violato i diritti della difesa                                            (ric. n. 76577/13).

Ricorso che la Knox aveva presentato subito dopo essere stata scagionata dall’accusa di omicidio della studentessa Meredith Kercher avvenuto in un’abitazione di Perugia. In particolare, la ricorrente denunziava la violazione del principio del giusto processo ai sensi art. 6 della Convenzione europea, per la mancata presenza dell’avvocato difensore al primo interrogatorio avvenuto nella Caserma della Polizia alle due di notte del 6 novembre 2007.

Ancora, lamentava la Knox la violazione del diritto di difesa ai sensi art. 48 della Carta dei Diritti Fondamentali UE per aver utilizzato lo staff investigativo, nel corso dell’interrogatorio, un interprete che non si era limitato al solo compito di traduzione e

infine per violazione del divieto della tortura, di cui agli artt. 3 CEDU e 4, della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE.

La Corte ha accertato la sussistenza della violazione del principio del giusto processo e del diritto di difesa, escludendo, comunque, l’ipotesi più grave del trattamento inumano e degradante che aveva lamentato.

Di particolare interesse, il ruolo avuto dall’interprete durante l’interrogatorio che si è svolto alla presenza di tre agenti della polizia e di un dipendente della stazione di polizia che fungeva da interprete. A giudizio della Corte EDU, si è trattato di un comportamento “anomalo” in quanto l’interprete non si sarebbe limitato a tradurre ciò che diceva la Knox e le domande degli inquirenti, ma avrebbe svolto un ruolo di “mediatore” e “suggeritore” in totale violazione della Convenzione, per cui la Corte condannava lo Stato italiano a risarcire la ricorrente l’importo di € 10.400,00 a titolo di danni morali, oltre al ristoro delle spese legali liquidate in € 8.000,00.

Quello che rileva, nella sentenza, non è tanto la misura del risarcimento quanto il comportamento degli investigatori.

Se questi sono i sistemi investigativi utilizzati in un caso delicato, come quello che ha tenuto banco per diversi anni nelle cronache giudiziarie, ebbene bisogna malinconicamente riconoscere che c’è ancora molto da lavorare per rendere più efficiente il sistema e assicurare il rispetto dei diritti dell’indagato in tutte le fasi del procedimento penale.

Secondo le stime della Suprema Corte e della Corte dei Conti, si spendono milioni di euro per le intercettazioni e molto meno per la preparazione degli addetti al settore investigativo della polizia.

Non sarebbe male ricordare che anche un sospettato – fino a prova contraria – non può essere trattato come fosse già colpevole per cui anche nei suoi confronti bisogna rispettarne i   diritti previsti dalla normativa convenzionale e dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE. La vicenda knox e dell’altro coimputato è esemplare: dopo anni di indagini ed un lungo processo sono stati entrambi scagionati dall’accusa di omicidio.

Questa volta, come in tante altre vicende, essenziale è stato il ruolo della difesa che ha saputo ribaltare quello che le cronache giudiziarie avevano etichettato come un delitto senza storia.

Febbraio 2019

(Avv. E. Oropallo)

Caso Provenzano – sentenza CEDU condanna l’Italia per violazione art. 3 della convenzione

Con sentenza recente la Corte EDU, Sez. I, del 25.9.2018 – Provenzano / Italia ric. n. 3508/13 ha condannato l’Italia per violazione dell’art. 3 che stabilisce che “nessuno può essere sottoposto a torture né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. Brevemente, nell’esercizio della propria potestà punitiva, lo Stato ha l’obbligo di assicurare che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione non aggiungano ulteriore afflizione alla pena detentiva e soprattutto, tenuto conto delle esigenze della detenzione, vigilare che la salute ed il benessere dei detenuti siano assicurati dignitosamente. Più chiaramente, se la pena consiste nella privazione della libertà dell’individuo, non c’è ragione di aggiungere ulteriori limitazioni, aggiungendo afflizione ad altra afflizione.

Con la sentenza sopra richiamata, la Corte ha condannato l’Italia per violazione dell’art. 3 CEDU, con riferimento al provvedimento di proroga del regime di cui all’art. 41-bis ord. penit. nei confronti di Berardo Provenzano il 23.3.2016, qualche mese prima della sua morte, avvenuta il 13.7.2016. La Corte ha accolto solo parzialmente il ricorso presentato dal figlio del Provenzano, facendo riferimento alla insufficiente valutazione, nel provvedimento di proroga, del deterioramento delle funzioni cognitive del detenuto non rinvenendo alcuna violazione né nell’applicazione dell’art. 41 bis né rispetto alla precedente proroga del regime differenziato - pur avvenuta in presenza di un deterioramento delle condizioni cognitive – in quel caso, però, presa adeguatamente.

In effetti, il ricorrente aveva proposto reclamo ai sensi art. 41 bis c. n. quinquies ord. penit. contro due decreti di proroga del regime differenziato, uno nel marzo 2014 e il successivo nel marzo 2016 motivati dalla circostanza che, per il grave deterioramento del suo stato di salute, era venuta meno la possibilità – posta a base dell’applicazione del regime speciale – che Provenzano – se collocato in regime detentivo ordinario – mantenesse i collegamenti con l’associazione.

Reclami entrambi rigettati dal Giudice nazionale per cui, esauriti i rimedi interni, il ricorrente, a mezzo del figlio, nominato suo amministratore di sostegno, si rivolgeva alla Corte EDU sostenendo la violazione dell’art. 3 della Cedu sotto due profili sia ritenendo incompatibile il regime speciale con le condizioni di salute del padre e l’inadeguatezza delle cure ricevute e dall’altra quello concernente la perdurante sottoposizione al regime di cui all’art. 41 bis. ord. penit. ritenuta non più giustificata, in ragione del significativo deterioramento delle sue funzioni cognitive. Per accertare la violazione dell’art. 3 CEDU, la Corte riteneva che “sottoporre un individuo a una serie di restrizioni aggiuntive, imposte discrezionalmente, senza fornire sufficienti e rilevanti ragioni basate su una valutazione individualizzata di necessità, minerebbe la sua dignità umana e integrerebbe una violazione del diritto dell’art. 3 CEDU”.

Nel caso esaminato, però la Corte esclude che vi sia stata violazione sia per l’applicazione al Provenzano del regime speciale, ritenendolo compatibile con il suo stato di salute per quanto riguarda la proroga del 26.3.2014 emessa dal Tribunale di Sorveglianza che l’aveva concessa dopo un ampio esame della documentazione medica, non potendosi escludere all’epoca una possibilità per il ricorrente, in caso di regime ordinario, di poter comunicare con l’esterno.

Rispetto alla proroga del 23.3.2016, la Corte EDU perviene ad una conclusione opposta in quanto il provvedimento ministeriale non prevede adeguamenti in considerazione dell’ulteriore peggioramento delle condizioni cognitive del ricorrente, riconoscendo dunque per questo aspetto potersi parlare di violazione dell’art. 3 che viene individuato “nel non aver dimostrato, nel provvedimento ministeriale, che il ricorrente, nonostante lo stato di deterioramento psichico, sarebbe stato in grado di comunicare con l’associazione, qualora fosse stato collocato in regime ordinario”. In base alla considerazione della Corte EDU, dunque, emerge con chiarezza che dì per sé il regime di cui all’art. 41 bis è legittimo ed è compatibile, anche se di lunga durata, nei limiti in cui sia giustificato da finalità di prevenzione.

Riafferma però la sentenza la necessità di una valutazione attuale e in concreto della pericolosità del detenuto, come, peraltro riconosciuto da una recente pronuncia della Cassazione nel caso Riina (Cass. pen. sez. I. 23.3.2017 n. 27766) con la quale veniva annullato il provvedimento di rigetto emesso dal Tribunale di Sorveglianza di Bologna per carenza di motivazione sotto il profilo di attualizzazione della valutazione sulla pericolosità del soggetto, in quanto esso non chiariva come tale pericolosità potesse considerarsi attuale, alla luce della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute e del generale decadimento fisico del detenuto.

Contro la sentenza risorge insorge a modo suo il ministro dell’Interno Salvini “Baraccone europeo, per l’Italia decidono gli italiani e non altri”. Uscita infelice anche questa volta del Salvini che confonde la Corte EDU come espressione dell’UE mentre si tratta, come dovrebbe essere noto ad un ministro di Stato, che esso è emanazione del Consiglio di Europa, fondato nel maggio del 1949 con il Trattato di Londra, cui aderiscono oggi 47 Stati, compresi gli Stati che fanno parte dell’UE ma sottoscritto anche da altri Stati europei come la Russia o l’Ungheria.

Anche Di Maio, per non essere da meno rispetto al suo emulo, insorge: “Ma scherziamo? Non sanno di cosa parlano”. Bontà sua, crediamo che sia proprio il sig. Di Maio a non saper come stanno le cose. “L’argomento è tropo delicato per liquidarlo con frasi fatte” scrive - sulle colonne del quotidiano La Repubblica del 26.10 - Attilio Balzani il quale precisa che la questione posta a Strasburgo non è sulla validità dell’art. 41 bis ma se quel regime speciale potesse ritenersi applicabile al Provenzano nei suoi ultimi mesi di vita. “Uno Stato autorevole – si interroga il giornalista – ha davvero bisogno di seppellire i suoi nemici anche se sono incapaci di intendere e volere?. Franco La Torre – figlio di Pio- segretario regionale del Partito comunista ucciso a Palermo nel 1982 – e Dario Montana (fratello di Beppe, il poliziotto assassinato anche lui a Palermo nel 1985), si erano dichiarati favorevoli per marcare “la differenza fra noi che crediamo nello Stato e loro che sono mafiosi””. E’ d’accordo su questa posizione anche Giuseppe Ciminnisi – coordinatore nazionale dei familiari delle vittime di mafia dell’associazione “I cittadini contro le mafie e la corruzione”, il quale ammette che “l’applicazione di misure così dure nei confronti di un uomo – seppure un criminale – che a causa di un tumore e dell’Alzheimer era ridotto ad uno stato quasi vegetale e non più in grado di nuocere, rischia di apparire come una vendetta istituzionalizzata da parte di uno Stato che per decenni non ha saputo, o grazie alle collisioni di parte delle istituzioni, non ha voluto impedire e punire le ingiustizie”. “La forza di uno Stato, si misura nella giustizia, non nella vendetta ….alla quale io ho rinunciato confidando nello Stato…altrimenti, ricorrendo alle stesse barbarie, non potremmo dichiararci diversi da loro”. Parole queste che dovrebbero metter fine ad ogni speculazione di questo Governo, aggiungendo che a non aver letto la sentenza della Corte sia stato lo stesso, ahimè! ministro della Giustizia, che ha dichiarato che il regime dell’art. 41 bis non si tocca. Anche l’Unione delle Camere Penali Italiane, interviene sulla pronuncia della Cedu, scrivendo in un proprio documento che “le reazioni dell’attuale maggioranza al provvedimento della Cedu dimostrano ancora una volta che, in tema di giustizia, il Governo cerca il facile e immediato consenso popolare, senza alcuna analisi interpretativa e di sistema…rappresentando, dunque, l’associazione il totale dissenso e la forte preoccupazione per le dichiarazioni dei due vice premier Di Maio e Salvini”. “Uno Stato democratico – si legge nel comunicato – dà prova della sua forza proprio quando dimostra di saper rispettare i diritti anche del più feroce dei suoi nemici”, esprimendo sdegno e sbigottimento a fronte di tali scomposte reazioni nei riguardi di un provvedimento di un Organo Istituzionale Internazionale che condanna giustamente l’Italia per aver inflitto torture ad un uomo privo della capacità di pensare e muoversi”.

Come giustamente scrive Matteo Maria Orlando in un suo commento pubblicato sul sito “https://midnightmagazine.org” “appare ingiustificabile l’ulteriore e straordinaria compressione delle garanzie individuali discendenti dal 41-bis, che dovrebbe trovare applicazione solo in costanza di pericolosità sociale…..Dovrebbe essere istanza collettiva, nonché urgenza trasversale a tutte le forze politiche, la pretesa di una legge decisa ma non cinica, giusta e non crudele, autorevole ma non tirannica”.

Novembre 2018

(Avv. E. Oropallo)

Licenziamento e discriminazione religiosa

La Corte di Giustizia dell’UE con sentenza depositata nella causa                      C-68/17 ha ritenuto che il divorzio di un medico cattolico che lavorava in un ospedale religioso, come motivo di licenziamento, è una forma di discriminazione religiosa. Questo perché il rispetto del carattere sacro e indissolubile del matrimonio non è una condizione professionale essenziale per l’attività professionale svolta e non può portare al licenziamento.

Tanto più che, osserva la Corte, posti analoghi erano ricoperti da dipendenti di diversa confessione religiosa. “Il divieto di qualsiasi discriminazione fondata sulla religione o sulle convinzioni personali – scrive Lussemburgo – riveste carattere imperativo in quanto principio generale del diritto dell’Unione ora sancinto dall’art. 21 della Carta, ed è di per sé sufficiente a conferire agli individui un diritto irrevocabile come tale nell’ambito di una controversia che li veda opposti in un settore disciplinato dal diritto dell’Unione”.

La Corte ha affermato, altresì, l’obbligo per il giudice nazionale di modificare una giurisprudenza consolidata se questa si basa su un’interpretazione del diritto nazionale incompatibile con gli scopi di una direttiva, nel nostro caso la direttiva n. 2000/78 che stabilisce la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro recepita in Italia con il Dlgs. n. 216/2003.

Settembre 2018

Fonte: www.marinacastellaneta.it

Nota a cura avv. E. Oropallo

Indennizzo per ritardo dell’aereo

In base al regolamento UE n. 261/2004 i passeggeri hanno diritto ad un indennizzo per ritardo superiore a tre ore, per voli all’interno dell’UE, di 250 euro per tutte le tratte pari o inferiori a 1.500 Km o pari a 400 euro se la tratta supera i 1.500 km e per tutte le altre comprese tra i 1.500 e i 3.000 km o a 600 euro per tutte le altre rotte. Al fine di stabilire il soggetto su cui grava l’indennizzo la Corte di Giustizia dell’UE con sentenza del 4.7.2018 Causa C-532/17 ha stabilito che il vettore che si limita a noleggiare i suoi aerei e a fornire l’equipaggio, senza però assumere alcuna responsabilità operativa dei voli, non può essere ritenuto responsabile ai fini dell’indennizzo, essendo irrilevante la circostanza che la conferma della prenotazione di un posto su un volo indichi come vettore quello che ha fornito l’aereomobile in wet lease.

Agosto 2018

Nota a cura avv. Oropallo

Condanna dell’UE per un processo troppo lungo

Per la prima volta nella sua storia la Corte di Giustizia dell’UE ha condannato l’UE a causa della durata eccessiva di un procedimento giurisdizionale svoltosi innanzi al Tribunale accogliendo il ricorso di due società che avevano lamentato la violazione dell’art. 47 della Corte dei diritti fondamentali dell’UE che assicura la durata ragionevole del processo. Osservano gli eurogiudici che far passare 46 mesi tra la fine della fase scritta e l’apertura di quella orale non è giustificabile malgrado la complessità delle cause sulla concorrenza condannando l’UE a pagare alle due società 47.064 euro, oltre interessi, per il danno materiale e 5 mila euro ad ognuna per il danno non patrimoniale causato dall’incertezza prolungata.

(CdG UE sentenza dell’11.1.2017)

Agosto 2018

Nota a cura avv. E. Oropallo

Riconoscimento del diritto di soggiorno a coppia dello stesso sesso

La Corte di Giustizia UE con sentenza del 5.6  C- 673/16 ha ribadito il principio che, anche quando la legislazione interna di uno Stato membro non riconosca il matrimonio tra persone dello stesso sesso, non può impedire l’esercizio del diritto alla libera circolazione e di soggiorno dei cittadini UE. A rivolgersi alla Corte di Giustizia è stata la Corte Costituzionale rumena che ha esaminato il caso di un cittadino rumeno che si era sposato a Bruxelles con un cittadino statunitense che si era visto rifiutare dall’Ispettorato Generale per l’immigrazione il visto di soggiorno per il proprio coniuge per un periodo superiore a tre mesi, adducendo come motivo la circostanza che l’ordinamento rumeno non prevede il matrimonio omosessuale.

La Corte UE ha chiarito che la legislazione nazionale non può violare il diritto primario di circolare e soggiornare liberamente nello spazio europeo. Questo diritto è assicurato anche al coniuge, del cittadino europeo, anche se dello stesso sesso.

Ed invero la direttiva 2004/38 tra i familiari del cittadino include anche il coniuge. Questa nozione – osserva la Corte – ha carattere neutro dal punto di vista del genere, con la conseguenza che può comprendere anche il partner dello stesso sesso. Aggiunge la Corte che la competenza dello Stato va esercitata nel rispetto della vita privata e familiare garantito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo né lo Stato nazionale può invocare motivi di ordine pubblico.

Giugno 2018

Nota a cura avv. E. Oropallo


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